L’Italia si avvicina al referendum costituzionale sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo, ma in un clima politico nazionale incandescente, trasformando la consultazione popolare in un vero e proprio test di tenuta per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
La posta in gioco è altissima, poiché la riforma Nordio punta a cambiare l’attuale assetto dei poteri attraverso la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e l’istituzione di un’Alta Corte per il controllo disciplinare della magistratura.
Se da un lato il centrodestra rivendica la necessità di un processo più equilibrato e di stampo anglosassone, dall’altro il fronte del no, guidato da Elly Schlein e Giuseppe Conte, denuncia un tentativo di sottomissione del potere giudiziario a quello politico, mobilitando le piazze in una campagna elettorale che ormai prescinde dai tecnicismi giuridici.
In questo scenario di acceso scontro frontale si inseriscono i dati macroeconomici che vedono il Paese alle prese con un deficit che supera i parametri europei, limitando i margini di manovra per la prossima legge di bilancio e costringendo il Ministero dell’Economia a una prudenza che non sempre collima con le promesse elettorali dei vari alleati di governo.
Parallelamente, l’attenzione del Paese è già proiettata verso la tornata delle elezioni amministrative di maggio, dove città come Venezia e Salerno diventeranno laboratori politici per testare la forza del cosiddetto campo largo contro la compattezza della coalizione di maggioranza.
Tra tensioni internazionali che richiedono una presenza costante nei vertici del G7 e una stanchezza sociale palpabile per il caro vita, la politica italiana si trova dunque a un bivio fondamentale dove l’esito delle urne di marzo potrebbe non far cadere il governo, come assicurato dalla premier, ma certamente ne ricalibrerà il peso e l’autorevolezza per l’ultima parte della legislatura.
gc