L’Anpo – Associazione Nazionale Professionale Osteopati ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro alcune disposizioni del D.P.C.M. di regolamentazione della professione.
A 60 giorni dalla pubblicazione del provvedimento, l’associazione tramite il proprio Ufficio Legale chiede l’annullamento parziale di norme ritenute viziate da violazione di legge ed eccesso di potere. L’A.N.P.O. è intervenuta nel giudizio anche ad adiuvandum.
Obiettivo del ricorso, precisa l’associazione, non è bloccare l’intero provvedimento. “Non chiediamo la sospensione del D.P.C.M. – spiega il Presidente Francesco Manti – ma la censura di specifiche disposizioni che penalizzano gli osteopati”.
Il punto più contestato è la mancata valorizzazione dell’esperienza professionale, a differenza di quanto previsto per le altre professioni sanitarie. Criticità già segnalata da Anpo in sede istituzionale, senza modifiche al testo.
Seconda criticità evidenziata: l’obbligo di certificare che i docenti delle scuole di osteopatia fossero laureati in osteopatia. Un requisito “manifestamente irrealizzabile” perché al momento dei corsi il titolo di laurea non esisteva ancora. Una incongruenza, secondo A.N.P.O., sfuggita a Ministero della Salute, Consiglio Superiore di Sanità, Conferenza Stato-Regioni e Presidenza del Consiglio, che rischia di causare il rigetto di molte domande di iscrizione all’elenco speciale.
L’associazione chiede al giudice amministrativo di accertare la violazione di legge e la possibile incostituzionalità per disparità di trattamento. Nel frattempo l’iter di iscrizione all’elenco speciale proseguirà regolarmente.
Anpo sottolinea di essere al momento l’unica associazione di categoria ad aver intrapreso un’azione giudiziaria. “Abbiamo scelto di intervenire per tutelare concretamente diritti, dignità professionale e futuro della categoria” conclude Manti.
Il ricorso è stato notificato anche al Ministero della Salute. L’associazione auspica un intervento di autotutela del Ministro per correggere la norma sui docenti.