Lettera al Direttore
Ho letto con attenzione l’articolo di ieri 4 agosto 2026 sulla osteopatía e credo che questa vicenda meriti una riflessione più ampia, senza schieramenti ideologici.
È comprensibile che molti osteopati vivano con amarezza l’attuale situazione normativa e le disparità rispetto ad altre professioni sanitarie. Alcune scelte legislative sono state oggetto di critiche anche da parte nostra: un percorso universitario triennale con un forte peso teorico e una pratica ridotta rispetto alla tradizione formativa dell’osteopatia, il limitato inquadramento nell’ambito della prevenzione e le numerose incertezze che hanno accompagnato il riconoscimento della professione.
Detto questo, credo sia necessario avere anche l’onestà di fare un’autocritica come categoria.
A differenza di altre professioni sanitarie, i cui percorsi formativi sono stati per anni regolati e controllati direttamente o indirettamente dalle istituzioni, il mondo dell’osteopatia ha conosciuto una realtà estremamente eterogenea. Accanto a scuole serie, con docenti qualificati e programmi rigorosi, ne sono sorte altre con standard formativi molto diversi, contribuendo a creare un panorama poco uniforme e non sempre facilmente valutabile dall’esterno.
È altrettanto vero che, soprattutto attraverso i social network, si è diffusa un’immagine dell’osteopatia spesso ridotta a video spettacolari di “scricchiolii” e manipolazioni eseguite senza alcuna spiegazione clinica. Questa rappresentazione ha probabilmente alimentato diffidenza nell’opinione pubblica e nelle istituzioni, facendo apparire la professione più vicina allo spettacolo che ad una disciplina sanitaria fondata sul ragionamento clinico.
Tutto questo, però, non può e non deve trasformarsi in una condanna indiscriminata dell’intera categoria. Sarebbe profondamente ingiusto mettere sullo stesso piano professionisti che hanno dedicato cinque o sei anni alla formazione, con migliaia di ore di studio e di pratica clinica, e situazioni che eventualmente non rispondevano agli stessi standard qualitativi.
La soluzione, a mio avviso, non è penalizzare tutti, ma valutare ogni singolo professionista per il proprio reale percorso formativo, le competenze acquisite e l’esperienza clinica maturata. È questo il principio di equità che dovrebbe guidare qualsiasi procedura di equipollenza o di riconoscimento.
Un altro elemento che non possiamo ignorare riguarda la ricerca scientifica. Negli ultimi anni la produzione scientifica è cresciuta, ma rimane ancora insufficiente in alcuni ambiti caratterizzanti dell’osteopatia, come l’approccio craniale e quello viscerale. L’assenza di evidenze robuste su alcune metodiche ha inevitabilmente favorito lo scetticismo di una parte della comunità medica e delle istituzioni.
Difendere l’osteopatia significa anche riconoscerne gli errori del passato. Solo attraverso una formazione rigorosa, una pratica clinica responsabile, una maggiore produzione scientifica e un dialogo costruttivo con il mondo sanitario sarà possibile ottenere quella credibilità istituzionale che la maggioranza degli osteopati seri merita da tempo.
Luigi Gallo
PhD Osteopata e docente